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Conchiglie per ostriche e piscio per champagne

  • Immagine del redattore: Giovanni Cusenza
    Giovanni Cusenza
  • 14 giu 2024
  • Tempo di lettura: 15 min

Noi provinciali, al contrario di coloro che crescano in città, siamo costretti a tutto e a tutti.

Questo, oltre a darci possibilità di apprendere come comportarci con ogni tipo di persona, è pure capace non già di conferirci una visione della realtà più tersa, ma una possibilità in più di crearcela. Allo stesso modo, tuttavia, chi crescendo in un ambiente cittadino diventi un bravo scrutatore della realtà dei fatti, o meglio di come siano i diversi tipi di persone, diviene maggiormente encomiabile per finezza analitica.

Benché possa essere accusato di presunzione, presumo spesso chi siano certi individui già immaginando, senza vederli, i loro orologi, le loro borse, i loro vestiti, le loro auto, le scarpe che indossano, il modo in cui camminano, i discorsi che gli piacciono, gli slogan che pronunciano, i trend che cavalcano, gli aforismi che scelgono, e tanto tanto altro. 

V’è un detto, sbagliato come tutti i detti, che recita: l’abito non fa il monaco. Ebbene, l’abito lo fa eccome il monaco, semmai non determina il laico. Ma al di là delle minuzie analitiche, quel che voglio dire è che so bene di generalizzare. Ma non sempre questa colpa mi appartiene. Infatti, quanto più una società sia facile da descrivere impiegando generalizzazioni, tanto più essa mostra di non possedere nulla che risponda alla propria dignità. E poi, consentitemi di dire che gli esseri umani siano noiosamente prevedibili.

A volte mi sbaglio anche, e me ne rendo conto. Raramente, nondimeno, ciò accade con coloro ai quali farò qui specifico riferimento. E sapete perché? Perché in mezzo a questa gente ci sono cresciuto: li conosco nel profondo ed è per questo che non li sopporto.

Mi riferisco al grande miscuglio della nuova borghesia contemporanea, lo sviluppo pietoso di quello stadio che Veblen aveva notato nel businessman dei suoi tempi, alla cui “classe” erede, per certi versi, potrei pure essere accusato di appartenere – sebbene non sia esattamente così e, seppure lo fosse, non per mia scelta – ma dai cui comportamenti mi sono sempre tenuto alla larga. E mi ci sono tenuto a tal punto da averla sempre denunciata, proprio come sto facendo tra queste righe. 

Fino a qualche decennio fa, questa borghesia era formata unicamente da professionisti. Oggi, invece, include le più difformi tipologie di persone. Il che potrebbe denotare un merito del tempo, avendo creato le condizioni di agiatezza per un maggior numero di individui. Ma si prosegua con calma.

Minimo comune denominatore di siffatta categoria è il profitto, unico parametro attraverso cui questa gente abbia da sempre misurato la propria e l’altrui caratura. Ma se fino a poco tempo fa il tutto era edulcorato dall’eleganza che lo studio, seppure ridotto già allora a mero mezzo di posizionamento sociale e adornamento, era comunque in grado di conferire, oggi il peso economico ha surclassato ogni cosa e, talvolta, lo studio stesso, quello di chi lo viva nobilmente come un fine, è usato a fondamento del di lui scherno. 

Ciò è scaturito pure da un fattore positivo, ossia l’aumento della scolarizzazione. Il lato negativo è, invece, che seguendo le necessità del mercato, pure questo processo di scolarizzazione ha subito un’enorme corruzione, trovandosi oggi a elargire titoli ma non necessariamente conoscenza agli individui e, in ultima istanza, legittimandoli a presumere, in virtù di tali certificazioni, che le proprie opinioni siano meritevoli al pari di quelle di chiunque altro.

Tenterò, cosciente di servirmi di una generalizzazione, di descrivere almeno tre categorie – mi sia perdonato il termine che, tuttavia, utilizzerò molto in questo scritto per ragioni di semplicità – di individui tipici delle mie parti. L’ordine in cui li descriverò segue l’anzianità del prestigio sociale, ossia partirò da quelli più radicati, poiché posizionatisi da più tempo, ai novelli di questo modo d’essere. I nomi che userò per riferirmi a queste categorie saranno: gli eredi del settarismo, i professionisti leccapiedi, la nuova smemorata borghesia rurale.

I primi sono i settari contemporanei, e cioè gli eredi del settarismo ai quali si sono aggiunti, non per fede nella causa ma per pura convenienza relazionale, diversi appartenenti alle altre categorie. Si tratta di una categoria ben radicata, spesso ereditiera di quella borghesia che potenzialmente risale, almeno da queste parti, a tempi talmente lunghi da agganciarsi pure al Risorgimento. Naturalmente, sarebbe un errore pensare che il settarismo sia loro intero appannaggio. Infatti, una delle ragioni di corruzione dei valori di esso nella nostra contemporaneità sta proprio nell’avere inglobato, seguendo la logica della convenienza, le più difformi tipologie di individui.

Gli eredi del settarismo sono quegli individui che costituiscono reti di favoritismi per garantirsi la percorrenza di vie più celeri, tanto qui quanto altrove nel mondo, tanto per se stessi quanto per i propri figli, per l’ottenimento o il mantenimento dei propri interessi. Per lavarsi la faccia da chi possa ritenerli dei veri e propri adepti, le loro maniere di unirsi sono oggigiorno le più difformi: si va dagli associazionismi filantropici o i club per arrivisti, alla massoneria nascosta e, talvolta, invischiata con la criminalità organizzata.

Gli associazionismi e i club servono loro per potersi mostrare agli altri, non venendo intesi come dei veri adepti che portino avanti legami di favore, e dunque elargendo briciole dei loro enormi impasti al resto del popolo all’uopo di essere riconosciuti socialmente come degli altruisti. In questa maniera, oltre che dei legami stipulati dalle proprie appartenenze, essi possono servirsi del godimento di un buon apparire all’occorrenza delle circostanze, riuscendo a prendere tutti per fessi.

Passando poi alla massoneria, se ben si nota, ho scelto di definirla come "nascosta": ciò poiché da questi individui essa non viene vissuta con orgoglio e onore, al contrario di vecchi massoni convinti, i quali non disdegnavano e non disdegnerebbero neppure oggi di manifestare la propria appartenenza e di servirsi dei vessilli massonici tanto per le cerimonie quanto per i riti. La ragione di questa vergogna risiede nella coscienza, tanto propria quanto dell’opinione pubblica, dei motivi per cui vi appartengono e dell’uso illecito che ne fanno. Sovente è accaduto e accade, difatti, che chi facesse parte di queste logge intrattenesse legami con la criminalità organizzata.

Poi è il turno di quelli che conosco meglio, ossia i professionisti leccapiedi. Si tratta di una categoria parzialmente in declino e, per questa ragione, più feroce. È formata da arrivisti ignavi, poiché deprivati della capacità di riunirsi dichiaratamente sotto vessilli: questo, infatti, li costringerebbe a dover scegliere, lasciandoli monchi della possibilità di tenersi aperti tutti gli ingressi alle nuove opportunità. Quando accade che paiano appoggiare l’uno o l’altro gruppo, spesso avviene per non disattendere retaggi familiari o per restituire una certa conveniente impressione agli interlocutori: di fatto, tuttavia, a questa gente non frega un bel niente di ciò e lo dimostra il fatto che all’occorrenza cambino puntualmente posizione. 

Ai professionisti leccapiedi, dunque, scegliere non conviene, dal momento che giova loro potersi vendere di continuo al miglior offerente, tanto per l’ottenimento di un sempre rinnovato impiego, quanto per il perpetuo mantenimento del proprio posizionamento sociale, che categorie come quella della nuova borghesia rurale oggi mette continuamente a repentaglio. Essi costituiscono, così, un meccanismo di priorità che non segue né la logica della giustizia, né quella più becera e deleteria dei legami affettivi, e ciò perché siffatte priorità, in loro, sono stabilite dal vantaggio economico e dal proprio prestigio agli altrui occhi. 

Alcuni provengono da famiglie umili e da questi ci si aspetterebbe una buona memoria di siffatta provenienza: essi, invece, blaterano spesso servendosi di quell’umiltà originaria ai fini dell’auto celebrazione, quando hanno bisogno di mostrare agli altri quanto siano stati bravi e capaci, come sogliono sottolineare, d’essersi «fatti da soli». Quando ciò sia effettivamente avvenuto, benché si tratti di qualcosa di lodevole, si produce un ulteriore peccaminoso meccanismo di tracotanza in questi individui, difficile da estirpare: avendo essi conquistato successi nel proprio ambito, ritengono di poter elargire opinioni incontrovertibili su ogni questione. Il loro operare, così, è l’esercizio di una maniera diametralmente contraria al concetto dell’umiltà. 

Nonostante la condizione di decadenza, essi mantengono ancora il primato degli imitati, nel senso che le altre categorie, e in particolare la prossima che descriverò, la stessa che, di fatto, sta sempre più mettendo a repentaglio il prestigio dei professionisti leccapiedi, li vedano come modelli adeguati da emulare. Mentre questi ultimi vivono infatti gli agi ormai da maggior tempo, la nuova smemorata borghesia rurale, e cioè la terza categoria, è al suo ingresso nel potere politico economico e, dunque, trae fascino dall’emulare i comportamenti di questa più vecchia categoria. Ciononostante, per ragioni di scolarizzazione che mostrerò a breve, riesce a ostentare una forma di ricchezza che si risolve nella volgarità estetica, a causa proprio della mancanza di gusto.

Al contrario, i professionisti leccapiedi sono enormemente più affascinanti e sogliono promuovere idee e mode maggiormente ricercate e ripiene di cura. Questa consapevolezza è pure uno dei motivi per cui essi sogliono manifestare preponderanti tratti di narcisismo e, sovente, lasciano trapelare con le loro parole e con i loro comportamenti l'idea di sentirsi migliori degli altri – e, talvolta, lo dicono pure apertamente. Così, questi, dal canto loro, come dicevo, riescono ancora nel controllo di chi rischi di intralciarli, ossia i nuovi borghesi con il loro novello acquisito potere economico.

Proseguendo, dunque, agli avvocati, architetti, ingegneri, medici e quant’altro di questa specie, quella di professionisti leccapiedi, si sono uniti quindi impresari, possidenti terrieri, proprietari di aziendine locali e via dicendo. Molti di loro sono divenuti tali grazie a un passato politico che hanno opportunisticamente dimenticato, mostrandosi irriconoscenti verso di esso a tal punto da sostenere tutto ciò che, nel panorama odierno, cerchi di affossarlo. Chi diede loro le gambe per camminare da soli, marcisce sotto al pavimento su cui, oggi, questi individui quotidianamente ballano.

Mi riferisco all'appena citata categoria della nuova smemorata borghesia rurale, una nuova categoria di borghesi fatta prevalentemente, ma non unicamente, da agricoltori. Si tratta di individui divenuti tali grazie all’eredità sociale dei propri genitori o nonni, i quali nacquero essendo considerati dalla società niente più che bestie e che, grazie alla potenza della politica egualitaria del tempo e alle lotte da questa promosse, ebbero la possibilità di giungere alla fine delle loro vite avendo elevato il proprio status a quello di esseri umani. 

Per riavvolgere un breve excursus storico, tutto cominciò con la redistribuzione delle terre, che fu il primo gradino di passaggio dalla sola proprietà della prole a quella di qualcosa che potesse contribuire al proprio benessere economico: passarono infatti da contadini sfruttati a giornata da un padrone a impresari agricoli. 

L’evolversi di quella politica, successivamente, permise loro di compiere ulteriori passi avanti, garantendogli sussidi di ogni tipo, come vale tutt’oggi per il carburante dei mezzi o per l’acquisto e il mantenimento dei mezzi stessi, difficili da comprare per chiunque possieda un reddito nella media. Il mancato controllo di siffatti sussidi fu la causa scatenante i loro odierni smodati agi, che li resero da eguali che erano appena divenuti a più ricchi di molte altre categorie a loro economicamente superiori. 

Difatti, un po’ perché non fosse loro necessaria la scolarizzazione per l’ottenimento del proprio benessere economico, un po’ perché la cultura dell’individualismo è sempre stata qui diffusa dai più potenti, il tipo di struttura aziendale da loro percorsa ha sempre consentito la loro mancata partecipazione come contribuenti, che traduce gran parte dell’ingente diffusa evasione fiscale odierna. Basti pensare che la nostra provincia, abitata in gran parte da questa categoria, figura tra le più povere d’Italia, ma che nondimeno la gente viva, al contrario, nell’ostentazione più eccessiva della propria agiatezza.

Così, non contribuendo alle comuni spese anche per la mancanza di un’educazione che potesse spiegargli l’importanza della comunità, ma potendosi occupare dei propri guadagni, questa gente è divenuta oggi smodatamente ricca, pur continuando a confondere l’eleganza culturale altrui – talvolta consciamente – con una forma d’agio superiore alla propria. Non conoscendo altro tipo d’agio che l’esser ricchi, questa gente suole mettere a tacere chi sappia liquidandolo come agiato e, dunque, come qualcuno che più di loro ebbe possibilità. In paese, per esempio, basta il semplice uso ridotto del dialetto per esser considerati abbienti: essi sogliono, insomma, identificare spesso come agiati i loro interlocutori più colti, un po’ per via di retaggi culturali comprensibili, un po’ per difendersi dalle accuse che questi, talvolta, gli muovono e alle quali non saprebbero rispondere in altra maniera.

Questa nuova borghesia rurale e in particolare la parte di essa costituita effettivamente dagli agricoltori, infine, ha pure avuto da protestare in tempi recenti, tra l’altro per questioni che non furono e non sono neppure in grado di comprendere, poiché esse avrebbero richiesto loro tanto una modificazione della propria struttura lavorativa, quanto l’adeguamento intellettuale ai cambiamenti proposti, sì da rischiare di perdere parte pure di quei vantaggi che sempre hanno dato per scontati e, quindi, per dovuti.

In ogni caso, in quell’occasione, almeno dalle mie parti, hanno dimostrato di non sapere neppure protestare, servendosi dei giorni non lavorativi per lasciarsi ammaliare da politici locali a via di scampagnate e ciò a dimostrazione del non aver mai avuto necessità di rivoltarsi per ragioni economiche. Sarebbe sufficiente mostrare, infatti, che altri impresari agricoli altrove fecero lo sciopero della fame, mentre loro bevevano birra e arrostivano salsiccia davanti ai loro trattori parcheggiati in fila.

A questa categoria di borghesi rurali, come ho specificato, non appartengono tuttavia soltanto persone che abbiano a che fare con l’agricoltura, come il nomignolo lascerebbe intendere. Una larga parte di questa nuova borghesia, infatti, ingloba gran parte di persone che, da lavoratori manuali, in parte per meriti ma principalmente per spietatezza verso la legalità, ossia servendosi di favoritismi, evadendo fiscalmente, agganciando sussidi, comprando titoli e quant’altro, oggi sono divenute proprietarie di aziende di tecnici abilitati, di imprese edilizie, di scuole private e chi più ne ha più ne metta.

Questa nuova borghesia, non essendosi spostata dagli ambienti familiari, vive oggi in periferie che mantengono un’estetica che sicuramente non ricordi il lusso, ma soltanto per un sistema di priorità: difatti, spesso basta confrontare il prospetto delle loro case con le auto parcheggiate di fronte.

Esempio capace di sottolineare quell’aggettivo di smemorati che ho affibbiato all’inizio a questa categoria è proprio un quartiere del mio paese che porta il nome di Stalingrado. Sebbene il nome già di per sé parli chiaro, la ragione di esso deriva da quelle sezioni, in cui gli abitanti di questo quartiere votavano, che un tempo contavano voti a maggioranza di sinistra, peraltro estrema. Oggi, quelle idee egualitarie, quando non si sostituiscano con le posizioni dell’ignobile coltre della nuova moderazione, vengono totalmente messe a tacere dall’appoggio dichiarato all’estrema destra, cioè ai promotori di quello stesso sistema liberista, predatore e individualista che, originariamente, relegava gli abitanti di quel quartiere e questa nuova borghesia più in generale allo status di animali e non di esseri umani.

Nel luogo da cui provengo tutti questi tipi di individui – settari, professionisti, nuovi borghesi – si intrecciano così tanto tra loro da potersi manifestare tutti perfino in uno stesso nucleo, se non addirittura, a fasi alterne, in uno stesso individuo. E la diffusione di questo modo d’essere è talmente elevata che rinvengo ormai più difficoltà, pure tra la gente a me molto cara, a trovarne di non affetti.

Insieme, queste misere personalità racimolano tutti gli appalti e le attenzioni, soprattutto nei piccoli centri, dove giammai sfruttano la meritocrazia, quanto invece la legge della buona parvenza agli occhi altrui. Per questo sono imbattibili e nessuno li condannerà mai: perché qui da noi non si condanna chi si vuole bene, o se ne fa volere, per qualche convenzione socio-culturale che antepone sempre le apparenze alla sostanza e che non consente mai di rinnovare la cultura.

Il grande problema di questo meccanismo è che, a tutti i livelli, dai giovani ancora incerti del proprio futuro, ai poveracci, agli ignoranti e via dicendo, non faccia che apparire allettante. E, dal momento che esso abbia costituito localmente la struttura sociale, contribuendo alla sua infezione culturale, esso è pure ritenuto giusto e opportuno, al punto che crearsi una personalità che risponda a siffatte caratteristiche sia motivo di vanto e non di vergogna.

Nei vari miscugli, poi, escono fuori comportamenti di ogni tipo. Alcuni sono quelli che prendono in giro la gente debole facendo i piacioni. Altri sono quei deboli che si lasciano compiacere. Vengono offerte loro cene e aperitivi, sistemazioni lavorative di figli e parenti, tutto con l’impiego di miseri valori, mutuati più o meno consciamente dalla popolare religiosità, col decantare di umiltà, fratellanza, altruismo e amore per il prossimo. 

Quelli tra loro volutamente più folkloristici si battono il petto durante le funzioni religiose, mentono auto commiserandosi vilmente, passeggiano in prima fila alle cerimonie di rito per portare alti i vessilli dell’ignoranza popolare. Così, infatti, trovano sempre terreno fertile da coltivare. 

Provano a concedere ai poveracci la sperimentazione dell’agiatezza, li inducono a imitarli. Emulandoli, così, quei disgraziati imparano l’arte del vano mostrare, pur non riuscendo a essere predatori feroci alla maniera dei propri idoli: ereditieri dei tratti di quell’orda barbarica di antica data, che muta forma nell’essere umano bestiale e che mai lo abbandona, pur travestendolo con abiti sempre più eleganti e fornendolo di dispositivi sempre più tecnologici.

Sono modellatori di vari tipi di giovani, dai propri figli, talvolta educati a pensare come loro, altre volte raccomandati nelle accademie o nei luoghi di lavoro; così come ai deficienti di intelletto, che illudono di trasformare in protagonisti per un istante. Insegnano l’arte della ruberia, come fu insegnata dapprima a loro e come alta la portarono i massimi rappresentanti dei partiti e delle aziende che appoggiano. Non importa il come, per questa gente, ma soltanto il raggiungimento di un fine: così amano miliardari criminali, gente come loro ma venuta meglio di loro. 

Quando agiscono immoralmente come sogliono fare, poi, parafrasano il tutto con l’impiego di categorie inesistenti, sovente definendo ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, ciò che è buono da ciò che è cattivo, ciò che è bello da ciò che è brutto, ciò che è consono dal riprovevole, ciò che è superiore da ciò che è inferiore. Non capendo la vita, infatti, sentono la necessità di governarla con i propri dogmi culturali preconfezionati. Così, ottengono dai mentecatti l’aggettivo di altruisti: una tra le più alte forme d’egocentrismo della natura umana. 

E, nondimeno, a questi santi tutto va bene quando intravedono un’opportunità.  All’occorrenza degli episodi si uniscono in gruppi e stipulano amicizie fittizie, per poi spartirsi quando la propria immagine ne verrebbe danneggiata.

La loro partecipazione alla vita politica, questa sconosciuta e sempre secondaria alle futilità dei propri argomenti giornalieri, diventa pane quotidiano all’arrivo della soddisfazione della propria necessità di potere.

Non aderiscono mai a ideologie, ma le definiscono ora anacronistiche ora per noiosi professori, per potersi tenere aperta ogni via da percorrere quando convenga loro. Tuttavia, aderiscono a partiti, spesso manchevoli di valori reali e tuttavia ripieni di beceri slogan, o moniti vuoti e altisonanti; o, ancora, partiti che non promettano nulla per tutta la comunità indistintamente, ma sempre favori per loro, o per il luogo di loro appartenenza; o, infine, a partiti che vivano il discrimine con la controparte come qualcosa di così labile da poter essere varcato, secondo necessità, in qualunque momento.

Oggi issano una bandiera, domani un’altra. Ne cambiano diverse nella vita e, quando qualcuno lo faccia loro notare, essi prendono ad arrampicarsi sullo specchio del qualunquismo, l’unico ruvido e scalabile, nascondendosi dietro l’affermazione che cambiare ragione sia cosa da menti nobili.

Molti di loro evadono il fisco perché disdegnano il sistema dello Stato: e lo dicono apertamente! Eppure, chissà perché, questo Stato che non fanno che ignorare, se non affossare di continuo, quando arriva il momento di scegliere si sbracciano pur di ottenerlo per se stessi e per i propri amici, per riorganizzare i loro tanto amati giochi individualisti di strategia.

La maggior parte della gente, povera d’ingegno e priva di memoria, beve il loro vino e mangia il loro cibo, fino al punto da non rendersi conto di stare bevendo il loro cibo e mangiando il loro vino. A questi dicono, prima, che i politici se ne infischino di loro e, poi, a ridosso delle elezioni di turno, dicono invece che loro e i propri piacenti amici potrebbero essere i nuovi politici a cambiare le cose. Loro che nuovi non lo sono mai stati, ma sempre ripuliti come quelle stanze in cui la polvere è nascosta continuamente sotto ai tappeti! Loro, che quando spunta qualcuno di nuovo è spesso un giovane a cui fanno da burattinai dietro le quinte!

Si fanno promotori di discorsi sulla legalità, appoggiando partiti che, sebbene non ufficialmente, furono risaputi mandanti degli stessi assassini che uccisero quegli eroi su cui oggi lucrano a via di convegni sulla legalità. Sono riusciti a fare persuasi, con l’arte dell’arrivismo e la lotteria delle opportunità, pure i figli di quelli, i loro parenti, che oggi camminano a braccetto coi sicari dei propri genitori.

Delle tonnellate che producono per se stessi elargiscono di tanto in tanto una briciola, che naturalmente non mancano di firmare col proprio nome: il nome del filantropo, dell’altruista, affinché si sappia e si possa essere riconoscenti verso questi. Piantano i loro monumenti agli ingressi di paesi e, pure, in zone talmente remote che solo le croci cristiane possono batterli.

Vendono conchiglie per ostriche e piscio per champagne. Lo fanno emulando il marciume trito e ritrito della società creata da quelli come loro che, meglio di loro, hanno saputo operare. Sono tutti intenditori di qualcosa: ora di vino e cibo, ora di orologi e automobili, ora di politica e governo, e via dicendo, in base all’argomento del giorno. 

Sono tribali con le loro famiglie, anche quando danno l’idea d’essere avanguardisti. Alla fine, per loro, come spesso ammettono, la famiglia è sempre la famiglia. Si misurano con posizioni lavorative e definiscono il riconoscimento di quelli come loro, migliori di loro, come successo. Estendono l’arte dell’ostentazione dai vestiti alla conoscenza, indossando milioni da mostrare a chi li osservi e pronunciando altisonanti frasi per chi li ascolti.

Non giocano mai ad armi pari e, sovente, accusano di saccenteria chi studi per comprendere le dinamiche della vita, per migliorarla a se stessi e agli altri indistintamente: dicono a questi che sono pesanti, o che le università li abbiano indottrinati, li accusano di essere dei privilegiati al pari di se stessi, quasi come fosse una colpa o un movente per cui riconoscersi ipocriti. Quando li elogiano, invece, lo fanno fintanto che quegli studiosi sovversivi non marchino fuori dal perimetro della buona parvenza e dell'omertà. Questo perché quei ribelli sono loro smodatamente superiori, e lo sanno. 

Ma io dico che non è colpevole chi possiede privilegio, ma chi non lo sfrutta per spartirsi la libertà e la consapevolezza di essa con gli altri: con chi non ne abbia, non abbia scoperto di averne, o non sappia servirsene.

Io mi diverto a sperimentare con l’inettitudine di questi mostri. Assai soffro, nondimeno, per i miei fratelli e le mie sorelle incapaci a vederli per ciò che sono.

Quegli individui infimi, appartenenti alle sopracitate categorie o al miscuglio di esse, sono talmente abituati a sciacquarsi la faccia per mezzo dello smodato perdono tipico della nostra cultura che non provano senso di colpevolezza neppure dinanzi alla presa di coscienza. Anzi, in ogni modo gran parte di loro, che tuttavia è molto improbabile che leggano questo mio flusso come qualunque cosa che nella vita andrebbe letta, cercheranno di non leggere se stessi tra queste righe: ora vedendo se rispondono alle caratteristiche totali di una categoria, ora vedendo se tutte, e non solo una parte, delle accuse qui mosse li riguardino.

L’unico avviso che posso porre in conclusione è che se una frase, o perfino un solo aggettivo qui impiegato, sia tale da funzionare per gentili lettori come uno specchio in cui potersi rivedere, allora a essi sarà sufficiente questo per sentirsi parte lesa dalla mia invettiva.

Ma a questi non fregherà nulla, perché l’unica cosa che conoscono nella vita è vincere: e non come vincere, ma vincere a ogni costo.

Alla fine, infatti, ne escono sempre vittoriosi: noi, d’altronde, siamo pochi, sempre meno, e fisiologicamente destinati all’estinzione. 

E come lo so io, so che anche loro lo sanno.

 
 

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